La prima volta che sono stato in montagna sul serio, ci sono andato con lui. A maggio su per il vallone della Noaschetta. A vedere gli stambecchi, parlare con la gente delle frazioni dimenticate della Valle Orco. Aiutare una vecchia a portare un fascio di perline per restaurare la casa.
Sul banco di scuola era balenata l’idea di passare una settimana a casa sua, in Nasca, case Verdetta, all’inizio dell’estate. Per leggere, mangiare ed andare in montagna. E correre dietro alle corriere della SATTI, noi sempre in ritardo e gli autisti (quasi) sempre ad aspettarci. “Voi della Verdetta, ore 16.30 a Ceresole, ricordatevi!!”
E dormire al bivacco, con sua cugina e l’amica di Milano. Sole, pioggia e le vesciche sbocciate negli scarponi che i padri premurosi ci avevano tramandato.
Provare a pescare le trote nelle pozze sotto casa.
E mangiare chili di cioccolato mentre l’Italia Mundial di Bearzot pareggiava con il Perù.
Affinare le intelligenze negli scacchi, chiacchierare nelle notti sotto le stelle, in quota ed a valle. Annaffiare nella notte il cespuglio di dubbi che cresceva dopo tanto parlare e discutere.
E perderci nella galleria, l’ultima sera, perché eravamo storditi dalle chiacchiere e dalle bevute. E capire la taumaturgia liberatoria del caffè al limone.
A me bastavano i sentieri, le piante e gli animali, mentre lui già osservava assorto le pareti e le fessure del Monte Castello, e ripassava le fotocopie delle guide di GP Motti.
Poi il mio amico Paolo iniziò a fare tante cose. Non più solo ascoltare musica, ma andare ai concerti veri. E suonare nei locali, quelli in cui ci voleva la tessera per entrare, e non bastava più la faccia da ragazzini beneducati. Iniziò ad arrampicare sul mito, tra Caporal e Sergent, con i nut ed i friend. Viaggiare con l’Interrail.
Ai primi di settembre non ritornò più nelle classi coperte ed allineate dello Scientifico. Gli crebbero i capelli, e la barba.
Veniva a scuola quando gli pareva, senza calendario. Fuori lo aspettava una bionda, olandese o belga. Ed in montagna non ci andammo più, assieme. E neppure ci fermammo a parlare, o giocare a scacchi.
L’antica invidia dei tanti per la sua intelligenza caustica diventò un sorriso di scherno e rivincita, a sentire delle sue faccende sempre più intricate.
Ci dissero di commerci strani, e di problemi con la polizia ed il servizio militare. Ancora comparve all’esame di maturità. Ma troppe lettere ci separavano, e non lo vidi, quel giorno.
Anni dopo, una fugace apparizione, in un locale fumoso. Due occhi lontani, una voce anonima.
E poi l’oblio.
Sono passati cinque lustri da quelle vacanze in Verdetta. A volte penso che mi piacerebbe incrociare il mio amico Paolo. Per ringraziarlo dei giorni selvaggi tra i monti. Che per me sono stati preludio e premessa a tanti momenti grandi, tra gioie, delusioni e dolori. A volte, invece, penso che potrebbe ridere di tutto ciò che eravamo e facevamo. Se così fosse, ci resterei male. Ed allora, tutto sommato, penso che sia meglio perdurare nel distacco e nella lontananza. Ma un po’ me ne dispiace.
Caselle Torinese, 31 dicembre 2007
Sui monti dell’Orsiera nuvole rosse promettono altra neve.