L'essenza delle cose, la ricerca del bello e del giusto, ed i compiti delle vacanze
Ieri sera sono andato alla festa di laurea di Sandra. Tante persone conosciute negli anni passati, visi noti, cambiamenti più o meno prevedibili ed imprevisti. Tutto regolare e simpatico. Ad un certo punto, tra i vari scherzi, scenette ed applausi, la festeggiata ha parlato della necessità di puntare all'essenzialità. E rientrando a casa stanotte, attraversando la vastità della Vauda illuminata da una luna calante, ci ripensavo. Cosa è per me, per voi, l'essenza delle cose? Al di là e oltre il necessario per vivere e sopravvivere, cosa ci piace ritenere che sia "essenziale" per dichiaraci soddisfatti di ciò che facciamo/siamo/desideriamo?
Oppure, ribaltando il concetto, siamo capaci di distinguere ciò che è essenziale, oppure ci condanniamo perennemente a rincorrere qualcosa che ci sfugge di continuo, e che forse non sappiamo neppure cosa è?
Si avvicinano le ferie e si assegnano i compiti per le vacanze.
Sulla necessità di setacciare e ricercare, del porsi domande e darsi soluzioni, vi lascio un brano di Calvino che mi piace molto. Arriva da "Le città invisibili", un piccolo libretto da viaggiatori immaginari ed increduli. Lo dedico a tutte le persone che ho conosciuto in questi anni, e che contribuiscono a "tenere alta" la voglia di cercare e selezionare e scoprire.
Marco (Polo) entra in una citta’; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui e’ escluso; non puo’ fermarsi; deve proseguire fino a un’altra citta’ dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora e’ il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
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L'inferno dei viventi non è qualcosa che sara’; se ce n'e’ uno e’ quello che e’ gia’ qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piu’.
Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio.
categoria:sentire, riflettere, marco polo



