lunedì, 16 febbraio 2009

Dellimportanza di avere le pinne nel sacco.

 

Non sempre ci andava bene. A volte i sogni di scalate e cieli azzurri erano frustrati dalla realtà opaca di piogge noiose, nuvole basse e vestiti fradici. Facevamo nostra lesortazione di Laborit, allora: ci davamo alla fuga. Mettevamo la barra al vento e volavamo via dalle nuvole, per sfruttare comunque i giorni di ferie ed il viaggio già compiuto.

A saper scegliere e decidere, la messe era abbondante, e ricca di novità e sorprese.

Come lanno in cui, dopo i ghiacci sfolgoranti dellAdamello, iniziammo un eterno rimpiattino con il brutto tempo.

Salimmo a Madonna, scendemmo in Val di Non, ci intrufolammo su per lAdige e la Val Pusteria, sempre braccati dai temporali. Sconfinammo in Austria, e da Tarvisio rientrammo a Sella Nevea, decisi a misurarci con Montasio e Jof Fuart.

Miseri noi, e vani gli sforzi.

Dai finestroni del rifugio conteggiammo ventiquattro su ventiquattro ore di pioggia ininterrotta, implacabile, efferata. Unica consolazione, limpareggiabile griglia che fiammeggiava in cucina, e che partorì cene, colazioni, pranzi e merende a base di carni e verdure abbrustolite.

Ubriachi di pioggia scivolammo sulle onde dellIsonzo, inciampammo nel museo di Caporetto e slittammo  fino a Trieste, per asciugare abiti ed attrezzature. Ci decidemmo a consultare le previsioni meteo affisse al campeggio dellObelisco.  Brutto fisso. Le residue speranze di riscossa alpina furono bruciate in una pantagruelica cena. La mattina dopo, smaltiti gli effetti della bisboccia, ci contammo: i due terzi della spedizione votarono per il rientro allOvest. Solo noi, equipaggio di unauto, minima unità autonoma di spostamento, decidemmo di resistere allo scoramento.

Ed allora Mario parlò:

“’nduma al Sud, boja fauss

E Sud fu.

Scoprimmo il mare azzurro dellIstria, i boschi di roveri piegati dalla bora, il campanile acuto di Rovigno, uguale a San Marco.

Fummo a Pola, spersi tra passeggiata a mare ed anfiteatro, e nel campeggio al culmine dellIstria, aperti verso il mare grando.

Scoppiavamo dallafa, mentre le Giulie ribollivano nei turbini come il Piave ed il Trentino. Ad Ovest il granito, ad Est la dolomia franavano nei canaloni.

Sentimmo e leggemmo di disastri, alluvioni, vite perdute tra rocce e sentieri.

Note stonate, ascoltate  nel languore di scogli istriani, nellassaporare birre fresche ed i cevapcici roventi.

Incocciammo Rabaç, Opatja, Fiume. Nella manovra contorta ci impigliammo in Postumia e le sue grotte da Belle Epoque, e Lubiana deserta il sabato pomeriggio, e la Valle di Idrja ed il castello di Predjama.

Tagliammo la coda del viaggio rientrando a Fernetti e accordandoci ancora una pausa ad Aquileia.

Questa è duttilità, e leggerezza. E essere mobili ed inarrestabili come lacqua

Così scrivevo, seduto sugli scogli di Pola, al tramonto.

Divagare, scoprire, indagare, andare oltre. Stretti dalle nuvole, infiammare il fronte e dirigere altrove

Ed era un peccato non avere con noi le pinne.

 

Termino così questi dieci racconti, sulle vicende di canavesani in terra dolomitica. Per tutti gli splendidi momenti trascorsi assieme ringrazio Mario, Elda e Stefano, famiglia avventurosa ed intraprendente che ben accettava il quarto incomodo che ero io.

E grazie anche al Dom, infaticabile e ferreo organizzatore di trekking sociali.

E grazie agli infiniti compagni di gita, con i quali ho camminato, cantato e litigato.

 

A loro tutti dedico queste piccole storie.

 

Andora, 06 agosto 2008

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martedì, 06 gennaio 2009

La volta che abbiamo battuto lAfrika Korps

 

Mario guarda le nuvole che si ammassano lente sulle pareti del Sella.

A sarà dura…” dice.

Unombra di inquietudine serpeggia lungo le spine dorsali della truppa.

Siamo arrivati fin  qui da Rivarolo per salire la Ferrata Tridentina e veniamo accolti da questo tempo incerto? Potremmo anche andare al Pisciadù dal sentiero normale, ma così facendo perderemo la perla migliore della collana di gite che vogliamo imbastire in questi quattro giorni.

Anduma! Soltanto gli inglesi, con il loro LETS GO, sono più perentori.

Rivista materiali.

Dagli zaini escono imbraghi improbabili, relitti di svariate epoche e tradizioni alpinistiche. Anche i caschi si sentono in ferie, oggi, dopo anni di duro lavoro nelle miniere e cave del Canavese.

Uno di noi osserva perplesso una placchetta di metallo a fori irregolari.

E un dissipatore? chiedo.

Forse risponde il proprietario. Nel dubbio infila loggetto misterioso sotto al sedile dellauto, prima di chiuderla. Potrebbe servire per un traino, non si sa mai.

 Imbrago a numero di parti variabile, due infimi cordini e due moschettoni spaiati: set da ferrata standard, potremmo dire. E poi zaino pesantissimo, perché è meglio portare tutto con noi al Pisciadù e riportarlo giù domani mattina, quando passeremo di qui per risalire al Puez. Impedimenta sulle spalle, ci avviamo. La fila di piemontardi indomiti sale lentissima verso lattacco della ferrata e lentissime scendono le nuvole dalle vette del Sella. Finché non piove, siamo allasciutto, e tiriamo avanti.

A pochi metri dalla prima corda fissa siamo raggiunti da una sferragliante colonna di tedeschi.

 

Impeccabili i caschi lucidi. Irreprensibile la dotazione di materiali. Zainetti minuscoli, grande velocità di gambe. Il motivo della loro velocità è evidente: superarci a tutti i costi, prima che a nostra volta impegniamo le scalette della ferrata.

 

Prego, bitte, danke mormoriamo a denti stretti, invitandoli a precederci. Al loro confronto ci sentiamo antiquati. Ed anche scocciati, per essere stati superati in volata. Pazienza, il fante italiano si accoderà allAfrika Korps.

Saliamo anche noi, con calma (ormai).

Dopo poco capiamo che tutti, noi e loro, dovremo fare i conti con la tempesta. Eccola, partire dallalto e spazzare le placche con raffiche di pioggia. Prima che inizi lassalto alla baionetta tiriamo fuori dagli zaini mantelline e giacche a vento. In piena parete allestiamo un bivacco di fortuna, e ci attestiamo, comodi.

Per quanto si possa essere comodi su di una parete verticale.

La tempesta cresce di forza, la parete rovescia acqua e sassi tutto attorno. Per fortuna non ci sono fulmini, ci diciamo per farci coraggio.

Ad un tratto, tra gli scrosci, si sente un rumore di ferraglia. Alziamo lo sguardo.

E li vediamo, in ritirata precipitosa.

Due hanno perso il casco, tutti annaspano semiciechi, tentando di scendere la ferrata. Paonazzi dal freddo, i tenui vestiti incollati ai corpi tremanti.

LAfrika Korps si ritira. Offriamo un riparo esiguo, e sdegnosamente ci ignorano. La tempesta rinforza ancora, noi facciamo quadrato e resistiamo.

Tremiamo sotto le mantelle. Sarà il freddo, o la gioia incontenibile dei granatieri che, sullAssietta, ammirarono estasiati le schiene dei nemici in fuga?

Testardi bugianen, qui siamo e qui restiamo, piuttosto che scendere la ferrata a ritroso, alla ricerca di appigli invisibili lisciati da mille scarponi.

Soli in parete.

E da soli riprenderemo la salita, terminata la buriana. Sul ponte alla Torre Exxner il sole ci regalerà momenti indicibili. Ed anche, al Pisciadù, la scoperta di una doccia calda!

Dopo cena le pareti del Sella si tingeranno di rosa e viola. Enrosadira? Forse, non siamo pratici di codeste latitudini.

E lAfrika Korps?

Tardi la notte arriverà al rifugio, dopo aver risalito il sentiero della normale. Inquadrati, composti. Ma senza bandiere al vento. Ed eviteranno i nostri sguardi. Lo sanno bene, che ad El Alamein ceravamo anche noi.

 

Andora, 03 agosto 2008

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venerdì, 05 dicembre 2008

La Civetta di Calvino

 

Allucinazione a scoppio ritardato.

Potrei chiamarlo così, questo ricciolo del pensare che porta a sovrapporre ricordi, letture e sensazioni del tutto diverse tra di loro, a distanza di anni.

 

Tempo passato. Diciassette anni indietro.

Transitiamo sotto alla parete Nord del Civetta, sul sentiero tra i rifugi Coldai e Tissi. Restiamo a debita distanza dagli strapiombi, per godere in pieno della vista sulle fughe verticali della montagna. Al Tissi ci concediamo una sosta stupefatta. E scivoliamo incantati verso le coltri del Vazzoler, con gli occhi che accolgono la solitudine della Parete delle Pareti.

 

Tempo presente. Le Lezioni americane di Calvino occhieggiano dal comodino del letto. Ad esse si intercalano pagine di riviste varie.  Le immagini del Civetta su carta patinata si mescolano alla essenzialità dei caratteri del libro. 

Flash visivo, al quale si accompagna una proposta indecente: si potranno mai collegare le proposte di Calvino per il nuovo secolo con le qualità e gli aspetti di una montagna? La scrittura è il regno del possibile, ed allora si può tentare.

 

Iniziamo in ordine sparso.

Prima qualità: la visibilità.

E facile, direte voi. Non si può negare che la Nord del Civetta non sia visibile. Basta essere nel posto giusto, no? Non proprio. Perché la visibilità dipende dallocchio che guarda. Ciò che è sempre esistito non è detto che sia mai stato visto. Occorre vedere la tigre, prima di montarci sopra. I primi      

Salitori avevano mani per salire, cuori per osare. Ed occhi per vedere. La visione delle possibilità di salita è contemporanea alla visione delloggetto. E loggetto, per quanto enorme, non sempre è visto come scrigno di possibili percorsi. Pertanto: da quanto tempo esisteva il Civetta, prima che lo si nominasse e considerasse degno di salita?

 

Seconda qualità: lesattezza.

E materia da classificatori medievali. Ciò che per me è una unica parte, sulla quale posso individuare strutture grossolane ed approssimative, per lalpinista attento ed il compilatore di guide diventa un pentagramma verticale di prime ascensioni, tentativi, ritirate, drammi e tragedie. Chi conosce si muove sulle quinte di roccia con dita esperte da pianista, e ricava suoni ed emozioni che sfuggono al semplice escursionista. E larte divine sublime solo quando la tecnica è eseguita esattamente, per lappunto.

 

Terza qualità: la molteplicità.

La parete è la stessa, forse, ma nessuno può dirlo. Ognun riceve differenti sensazioni dal suo vederla e sentirla, ed essa appunto dispensa molteplici immagini di sé. E se, come avviene, le nuvole la coprono, allora la moltiplicazione dei possibili aspetti cresca ancora di più. Nessuno la scorge, ma tutti attingono al ricordo dellimmagine per costruire altre dieci cento mille pareti.    

 

Quarta qualità: la leggerezza.

Milioni di metri cubi di roccia sono tuttaltro che leggeri, replica lamico geometra e geometrico. Certo, ma la spinta verso lalto dei canali e delle placche suggerisce che proprio quelle rocce così grevi mirano a partecipare ad unidea di leggerezza che sfugge alla schiavitù della forza peso. Lanelito verso lalto compensa le scariche di sassi ed il crollo di intere quinte rocciose. Daltronde, ciò che interessa è lanalisi del tutto, e non la storia personale del sasso che cade. Pertanto, lo slancio verso lalto della Civetta nel suo complesso partecipa della leggerezza della piuma, cristallizzata accidentalmente in dolomia.

 

Quinta qualità: la rapidità.

Allultimo giro di pista mi ritrovo in affanno. Non è rapida lascesa di strapiombi e placche. Anche il solo costeggiare labisso verticale richiede tempo e sudore. Eppure lazione e la concentrazione dello scalare risucchiano il tempo in una dimensione aliena la comune correre degli orologi. In breve si arriva al rifugio, in breve ci ritrova congiunti al primo di cordata (anche se si è trovato lungo). In breve calò la notte. Non è propriamente la parete ad essere rapida, ma il tempo ad essa collegato. Il tempo stesso si contorce e si piega, come la traccia attorno ai contrafforti o la cordata su per le vie. Non distinguiamo più il lento dal rapido, ed il disordine temporale ci sgomenta.  Labbondare stesso della massa è sufficiente a piegare il tempo, come afferma Eisntein. Sicuramente, per i nostri parametri, accelera lo scorrere del giorno. Allinizio del giorno le ore disponibili non sono mai troppe, e quando si arrampica si accorciano ancora: è la parete lagente accelerante che dà il brio alle lancette dellorologio.

 

Sesta qualità: la coerenza.

E il setaccio più fine, quello che arresta le  sciocchezze del pensiero e gli incagli dello scrivere. E coerente a chi o cosa un muro di pietra? Possiamo dubitare della sua esistenza, definirlo come pura apparenza in un mondo di sogni. Oppure, possiamo dedicarci a scoprirlo in ogni suo anfratto, renderlo oggetto di desiderio, luogo di lavoro, momento di elevazione. La sua innata coerenza ci richiama allordine di decidere ciò che vogliamo di noi stessi. Pertanto, muraglia non come oggetto coerente in sé, ma strumento per verificare e testare la nostra coerenza nel tempo per  raggiungere, o rimanere, ciò che siamo o vogliamo essere.

 

Non cè molto da aggiungere a simili allucinazioni, Arrivano, girano alte e scompaiono come gru migranti, senza fermarsi di preciso in nessun luogo. Lunica cosa che possiamo fare è seguirle con lo sguardo, immaginare i percorsi futuri e sbirciare il calendario per stimare quanti giorni potranno mancare ad un nuovo improbabile incontro. Un giorno, forse, ricompariranno allorizzonte, come la Nord del Civetta.  

 

 

Andora, 30 luglio e 1 agosto 2008

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martedì, 04 novembre 2008

I piaceri del villeggiare alpino


“Non vedo l'ora di partire per il Catinaccio. Che rifugi ci sono là! Che mangiate, che bevute! Ordine e pulizia, a differenza di qui...”

Sarò maligno, ma l'amico in partenza per il trekking dolomitico pare più interessato a dove e come dormire, rispetto a ciò che vedrà tra un boccale di birra e l'altro.

Non è il caso di essere cattivi: per me è l'invidia (la mia, destinato a rimanere..) che parla. Però il caro amico non fa altro che ripetere ragionamenti e discorsi  che condividiamo da lungo tempo, nelle veglie insonni in dormitori asfissianti.

Come non ammettere che i rifugi delle Dolomiti sono più accoglienti e confortevoli rispetto allo standard medio delle “Occidentali”? Soprattutto dopo aver sperimentato le delizie del riposare stipati gli uni sugli altri, come libri in uno scaffale, in un rinomato rifugio francese. Per tacere del posto a dormire conquistato sotto ad un tavolo e difeso con unghie e denti, all'ombra del Monviso. E delle piramidi umane necessarie per raggiungere i posti letto in un certo rifugio della valle d'aosta...

Ho solo citato tre esempi di “buone notti” trascorse nei rifugi “nostrani”: spero che nessuno si offenda, altrimenti potrei allungare la lista per diluire il disagio.

 

“Vedi, cosa ti dicevo? In Dolomiti si sta meglio!”

Sì, caro amico, su questo hai ragione. Ma permettimi di suggerire una linea di difesa a favore dei rifugi dell'Ovest.

Converrai con me che, solitamente, in Dolomiti l'accesso ai rifugi più “battuti” non è mai troppo lungo, e neppure troppo complicato (a meno di varianti di percorso o traversate).

Converrai anche che, almeno nei gruppi maggiori, la frequenza dei rifugi e la rete di sentieri diversificano le richieste di itinerari e di prestazioni. Difficile vedere colonne di alpinisti diretti all'unico rifugio della zona, dal quale l'indomani infallibilmente dirigeranno verso un'unica meta (la più prestigiosa, la più facile, la più rinomata?).

Avvicinamenti sovrumani, che già intaccano la pazienza di caratteri agguerriti, si risolvono spesso in assurde pretese, una volta che cotali spiriti giungono in rifugio. Da qui nascono scontri, ripicche, schermaglie che spaziano dalla disuguaglianza di dosi di minestra alla sistemazione in luoghi isolati (o, al contrario, iper-affollati). 

La “Grace under pressure” britannica è dote rara, che evapora con l'aumentare della quota e il diminuire della latitudine.

Guardando ad Est, l'accesso più facile, la frequentazione non soltanto limitata ai duri e puri della  lotta con l'Alpe, ma estesa a semplici turisti  e villeggianti, diventa allora occasione e motivo per maggiore disponibilità a gusti variegati e molteplici.   

Se si aggiunge anche una maggiore propensione culturale alla accoglienza, allora la qualità dei servizi aumenta, assieme alla soddisfazione dei clienti.

“Ne fai allora una questione di educazione, o di razza? A noi daresti dei bruti e selvaggi, ed a loro dei civilizzati?” 

Non proprio. Dico solo che prima di esprimere giudizi, sarebbe doveroso confrontare situazioni dello stesso tipo. Sarebbe opportuno ragionare sulle diverse accessibilità a certi rifugi, sui periodi di effettivo lavoro redditizio, sulle disponibilità economiche di chi possiede e gestisce, sulle aspettative di chi frequenta i monti. Solo allora potremmo esprimere critiche e pareri. E, con il pensiero, andare ai bellissimi momenti trascorsi al Tuckett, al Lagazuoi, all'Alimonta ed a tanti altri “presidi” alpini al cospetto dei Monti Pallidi.

 

Andora, 29 luglio 2008

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mercoledì, 01 ottobre 2008

Rododendri, baranci e altri vegetali

 

Lo confesso, in botanica non ci ho mai capito nulla. A scuola l’argomento era regolarmente saltato da professori disattenti. A casa la conoscenza era circoscritta alle piante da frutto.

Eppure nel regno vegetale mi ci sono imbattuto fin dalle prime gite sui monti di casa.

Immerso fino al collo, nei rododendri della Valle Soana. Eravamo alla ricerca di un vecchio sentiero. La nebbia e la pioggia non ci avevano risparmiati. Avevamo perso l’esile traccia e apprezzammo appieno l’arte dei rododendri di nascondere le buche tra i massi. Più volte sprofondammo in antri oscuri e ne uscimmo graffiati, avvolti in un incubo costellato di fiorellini rosa. Sperimentammo le mille contorsioni di ginocchia e caviglie, fummo risucchiati da un gorgo subdolo, ammantato di verde. Quando rimettemmo piede sulla mulattiera di fondo valle, lo smacco cocente fu incontrare i genitori di uno di noi.

“Tutto bene ragazzi?”

“Si, grazie”

“Dove siete stati?”

“In fondo al piano, e basta”

Lo sguardo interrogativo del saggio padre sui nostri calzoni a brandelli equivaleva ad una piena sconfessione. Oltre al danno, ci furono la reprimenda dei genitori riuniti e la beffa dei valligiani al bar.

 

Imparammo a  temere il rododendro infido delle Valli Piemontesi, ma non eravamo pronti per i baranci del Pelmo. L’astuzia vegetale fu subdola, ed efficace.

Poco prima ci sembrava di dominare il sentiero, soggiogarlo alla velocità del nostro ritmo irresistibile.  Ed i baranci ci colpirono duramente nell’orgoglio. La loro altezza non superava il polpaccio, ma ciò bastava per allacciarsi alle caviglie e sfilarci gli scarponi dai piedi.

Verdi brillante le foglie, bianche di luna le pietre, rosso di fuoco il sole. Arrivammo al Città di Fiume esasperati da quella lotta vischiosa con un mostro dalle mille braccia, che ci tirava da dietro quando cercavamo di allungare il passo per liberarci dalla sua presa.

I baranci del pelmo. Ancora adesso, per molti di noi, significano sete, rabbia, frustrazione. Ed umiltà, l’umiltà delle piante semplici che si oppongono al passo veloce del corridore.

 

Occorre tuttavia essere giusti. Non abbiamo mai evocata la fiamma dell’incendio boschivo come strumento di conquista e di potere.

 

Il regno vegetale è generoso, fin troppo. Sopporta le nostre peggiori aberrazioni, senza reagire. Un albero non fuggirà mai di fronte ad un incendio, diceva John Muir.

 

Ed è fonte di continua ammirazione, e di fiducia nella potenza della vita. Come quando si scoprono ciuffi d’erba ed alberelli farsi largo tra asfalto, cemento e macerie, lungo i marciapiedi cittadini.

Potenza del creato, il regno vegetale. E non poteva sfuggire alla riconoscenza di San Francesco, patrono spirituale dell’ecologia, che raccomandava di lasciare incolto un angolo dell’orto. Per dare modo anche alle erbacce di crescere e svilupparsi.

 

Con questo consiglio in mente ci accingiamo ad affrontare i rovi che sbarrano la parte bassa dell’Eugio. Riusciremo a risalirlo, sgusciando nel labirinto verde delle sue radici di pietra? Potremmo farcela, se anche noi ci renderemo pianta, radice o fiore, e prenderemo a prestito dal sole l’energia per vincere la gravità e la tenacia della roccia.

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mercoledì, 10 settembre 2008

FRA TRE E CINQUE

 

Io mi conosco bene. E so che, quando sono in giro, ho i miei momenti di crisi. In piemontese si dice “essere pieni di lasme ste’” Quand’è così non mi parlate e non mi guardate, che poi mi passa.

So anche quando arrivano, queste crisi. Il quarto giorno. E sulla inconsistenza e vacuità del numero quattro, lascerei parlare gli esperti di cabala. Un numero insulso, a metà strada tra il tre divino ed il cinque perfetto. Non tratterò di influenze astrali. Un solo consiglio: al quarto giorno di viaggio evitatemi, perché mordo.

 

Come oggi. E’ il quarto giorno che siamo qui in Dolomiti. Che giornataccia.

Siamo partiti da malga Travenanzes per salire a Forcella Lagazuoi, in una tersa mattina di agosto.

Il luogo è drammaticamente lunare. Serpeggiamo per trincee e camminamenti, all’ombra delle Tofane. Momenti splendidi ed unici. Se non fosse che oggi è il famigerato quarto giorno. Ed allora qui, al cospetto dei Monti Pallidi, rimpiango l’erba del verde Canavese. Non uno stelo, non un ciuffo d’erba. Solo duro sasso. Che rottura!

 

Rifugio Lagazuoi in una giornata senza nuvole: birra, speck e panorama da togliere il respiro. Sulla terrazza del rifugio improvvisiamo un coro, che culmina con un “Va pensiero” collettivo e commosso. Che emozione! E che confusione, che calca, per questa gente che sale con la funivia. Era forse meglio ieri nel deserto della Travenanzes. Oggi, è un vero supplizio.

Tirem innanz, sospiro.

 

Austriaci ed italiani hanno forato il Lagazuoi da sopra a sotto, in tempo di guerra. Miravano gli uni ad intercettare gli altri. A distanza di decenni, garantiscono ancora dannazioni e sbucciature a tutti coloro che, imbaldanziti dalle gesta avite, non importa se savoiarde o imperial-regie, si accingono a salire o discendere detta galleria. Come noi, per l’appunto, che sdegnando il sole caldo ci infrattiamo in siffatto budello per raggiungere Passo Falzarego.

Incespichiamo, rotoliamo, rischiamo più volte di tappare la galleria con una rovina immensa di corpi e zaini. Per intimidire la folla di coloro che risalgono, il Kiki ed il Conte, scaldati da birre gelate, brandiscono torce fumose indossando occhiali da ghiacciaio.

 

Le rovine della cengia Martini non ci preparano allo squallore assoluto e impolverato di Passo Falzarego. Parcheggio, negozi di souvenir assurdi, bar esosi e motori surriscaldati. La cabina del telefono, unico filo teso verso le case lontane, non funziona. E’ così, il quarto giorno. E non è ancora finita, perché bisogna risalire al Col Gallina. Non usando gli impianti, ma usufruendo di un sentiero scivoloso quasi scomparso tra rododendri ed ontani. (Scomparso? Sì, certo, perché poco sopra passa la seggiovia. Elementare, Watson)

I musi si allungano, non solo il mio (che lo è già per i motivi spiegati prima).

“Masochisti!!”

L’urlo di disapprovazione del Conte echeggia tra Tofane e Cinque Torri. Che sia anche lui lunatico come me? Una scocciatura infinita.

Arriviamo al rifugio Cinque Torri, ovviamente strapieno. Ci ordinano di piantare le tende nel prato più melmoso di tutto l’Ampezzano. Solo lì si può stare, in tutti gli altri posti la Forestale arriverà a farci multe salatissime, recita la Vulgata locale.

Prendiamo il consiglio come un affronto, e decidiamo di vendicarci cenando al rifugio (capirai che originali!) e pagando solo un quarto del vino bevuto (ah, ecco la vendetta).

Mentre fuggiamo nei prati, inseguiti da urla belluine, attendo stoico la fucilata nella schiena, essendo per l’appunto giorno di fortuna eccelsa. Invece nulla, la mezzanotte è prossima, l’infausto dì sta per finire. Siamo in tenda, i piedi marci di palude. Chi è rimasto al campo di accoglie freddamente, come importuni casinisti. Mi butto nel sacco a pelo e inizio a ridere a crepapelle. “Sei sbronzo?” chiede Silvano

“No, sono contento”

“Perché?”

“Perché domani è il quinto giorno”

Lui non capisce, ovviamente, e pensa ai vaneggiamenti del Raboso. Ma io gioisco nel sonno. Domani il sole sorgerà su di una giornata estenuante, fatta di caldo feroce, sete ardente e sentieri infiniti. Questo ci ha promesso il Dom, prima di cena. Non importa, a me è bastato sopravvivere oggi, all’infausto destino di un numero incastrato tra il tre ed il cinque.

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giovedì, 29 maggio 2008

Dolomia in Polvere 4/X

VAL TRAVENANZES

Avanti in marcia, togliamoci dall'aria morta e polverosa del campeggio. Lasciamo indietro gli hotel da ricconi, i negozi raffinati e la passeggiata a lume di lampione in riva al lago. A noi date i sentieri poco battuti, le mulattiere ed i boschi.

Prima di tutto, facciamo provvista di acqua, che la valle è secca (no, non è vero, è  che il rio Travenanzes qui scorre in fondo alle gorge, si ascolta, si guarda ma non si tocca).

Avanti a tutto vapore, dal ponte di Carbonin a Forcella Lagazuoi c'è tanta polvere con cui ricoprire i sandali. La Val Travenanzes è soltanto nostra, oggi ci appartiene tutta, dal sole che picchia fino alla roccia che acceca.

Usciamo dal bosco storditi dal caldo e dalle chiacchiere. A destra ed a sinistra pareti a picco, bianche, nere e gialle ci buttano addosso immensi coni di deiezione, da aggirare, scavalcare, sospirare.

Avanti sotto agli zaini, carichi di tutto. Tende, batterie da cucina, viveri, abiti per ogni occasione, da bravi alpinisti dell'Ovest. Perché siamo in tanti, ed i rifugi sogghignano stracolmi.

Qui non troveremo rifugi, se non domani, al Lagazuoi. Ove attingeremo alle ruote di birra ed alle cosce procaci dello speck.

Il sole del meriggio scalda le teste e scioglie le ultime resistenze del pudore e della ragione. Avanti con quel palo da vigna, servirà per il falò di stanotte.

Avanti, vada avanti la compagnia A. Appena l'ultimo di loro gira l'angolo, facciamo una palla dei vestiti e ci buttiamo nel rio. Guizziamo stupiti nell'acqua gelida. La valle è ancora lunga, e noi ci faremo aspettare. Da buona compagnia C.

Ecco le tende del campo, a Malga Travenanzes. La compagnia A ha occupato i posti migliori, in piano ed all'asciutto. Agli ultimi che resta? la parte migliore: un tetto sulla testa.

Avanti Savoia, la malga è già aperta, dalle finestre facciamo volare chili di guano di pipistrello, fino a ripulire la soffitta. Qui siamo, e qui restiamo, stasera.

Avanti i pentoloni, la fame ci assedia.

Ma prima di cena ci vogliono ancora due passi, a scoprire le trincee, a monte.

Cos'è quella rupe nera che sovrasta il campo? Nemesis la chiamava l'austriaco, perché da lì sperava di ricacciare l'alpino nuovamente giù per le valli. E quel costone sbrecciato? Il Castelletto, o ciò che resta. L'eco della mina tace, ma il vento improvvisa accordi che sono lamenti di mugo spezzato, e non solo.

Avanti, coraggio, sotto agli occhi neri del Sasso del Mistero è meglio rimanere in compagnia.

Avanti, cantiamo adesso, perché è buio, la luna ci manca, le Tofane si stringono sulle nostre teste e le Torri di Fanis divorano le stelle a zannate.

Avanti, ora corichiamoci, storditi dalle chiacchiere, dal fuoco e dal vino. Cerchiamo di capire dove si stenderà la nostra prediletta e intraprendiamo approcci maldestri sugli assi che cigolano.

La notte vola oscura, umida di rugiada. Il sacco a pelo, per una volta, resterà asciutto degli umori dell'alba.

Avanti che è tardi, al Lagazuoi ci aspettano il sole, il rifugio, un boccale di birra ed il panino di speck.

 

Però... aspetta un attimo, viandante che passi per la Val Travenanzes. Fermati ed ascolta il respiro del luogo. Una valle cos'é, se non un filo teso tra colle e pianura, solcato dall'acqua di seta? Arriva al colle, e voltati, sempre. La valle è percorsa, dall'inizio alla fine. E' stato facile, o difficile, a seconda del fiato e dell'umore. E' stato semplice, oggi, per te, calcare il sasso senza altro assillo del passo successivo, o del calore, o del peso che ti gravava sulla schiena. Pensa, tu che transiti qui, al sudore, al sangue, alla gioia, al dolore di chi ti ha preceduto, e su questi sassi ha camminato, combattuto, imprecato alla morte del ferro e della valanga. Fermati un attimo, e porta rispetto.

 Ed ora scendi dal colle, viandante, dentro un'altra valle. Così incessante è il nostro camminare.

Caselle, 06 maggio 2008. Nella notte risuonano i richiami di civette e barbagianni.

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lunedì, 28 aprile 2008

DOLOMIA IN POLVERE 3/X

IL SACCO DI S.

Dolomiti di Brenta, anni fa.

Stiamo risalendo le scalette infinite del sentiero attrezzato che dal Tuckett porta all’Alimonta. Non è un percorso difficile, pertanto abbiamo lasciato negli zaini imbraghi e moschettoni. Chi di noi, d’altronde, non ha mai salito una scala a pioli per montare in soffitta, o sul ciliegio dei nonni?

Ad un tratto intravedo un’ombra che dall’alto scivola giù e mi accarezza lo zaino. Sento un tonfo sordo, un altro e ancora un altro. E silenzio, dopo.

Tutto attorno il Brenta scintilla nella mattina fresca.

Chi è caduto? Chi c’era sopra di me?

Si sa che le comitive numerose si allungano ed accorciano, per sentieri facili. Acceleri, rallenti, stai al passo per finire un discorso, oppure allunghi per distendere le gambe. Tanto, ci si ritroverà al bivio, o al collo di bottiglia.

Chi c’era sopra di me? S.? Possibile? Proprio lei?

In una parola è impossibile definirla. Con una metafora, forse sì. “Una mezza damigiana di vino aspro”. Così l’aveva classificata un amico, il più faceto della compagnia. Ma c’era invidia nella definizione. Derivante dall’essere stati superati in produzione di arguzie e corrosività di pensiero.

Tenere dietro alla chiacchiera di S. è impossibile. Non c’è competizione. E’ come affrontare il mitologico pernacchiometro a 36 canne con una misera trombetta da Capodanno.

Eppure… come si fa a rinunciare ad una compagna di gita così?

Sono misteriose le interazioni tra le persone. La prima volta con lei ci siamo augurati che la gita finisse presto, senza spargimento di sangue.

Poi ti accorgi che le impressioni ed i ricordi più vivi sono legati alle battute sdrammatizzanti, alle osservazioni infondate che ti fanno scendere dal trono di paladino duro, puro e retorico della Lotta con l’Alpe.

Ed un po’ alla volta ti rendi conto che S. è utile, dilettevole e quasi indispensabile. Perché un mazzo di carte taroccato rende le partite più imprevedibili ed interessanti. Più pragmaticamente, ci vuole qualcuno che al rifugio dica ad alta voce che le razioni sono miserrime, o i cesso laidi da far schifo.

In breve, è necessaria S. come testa d’ariete per scompaginare i luoghi comuni per cui in silenzio si sopportano disagi, fatica e tempo brutto “pour le plaisir”.

Ed ora S. è passata volando dietro la mia schiena, e si è schiantata sotto, al fondo della scaletta.

“Chi è caduto?”

Io no” “Io no” “Io no”…

Ovvio. All’appello gli assenti non rispondono.

“Io no, perché?”

Ma questa è lei! Ed allora, se siamo tutti qui, sani e salvi, che è successo?

“Il mio sacco a pelo! IL MIO SACCO A PELO! IL MIO PREZIOSISSIMO SACCO A PELO!”

Il mistero è chiarito, possiamo tirare un (breve) sospiro di sollievo. Il sacco di S., male assicurato allo zaino, si è sfilato ed è volato giù per tutta la scaletta. Seguono chiacchiere, brontolamenti, teorie sulla corretta composizione e chiusura di sacchi, bagagli e valigie. Lo strepito sale, possibile che tra tutti i valenti ed eroici alpinisti presenti nessuno sia in grado di recuperare un sacco a pelo di dubbia provenienza e frequentazione? K. si offre di scendere a prenderlo, calandosi alla corda fino alla cengia poco sotto. Ritorna con il sacco ed uno splendido geode di cristalli di calcite.

Ecco, se non fosse stato per quel sacco, non avreste mai e poi mai trovato i cristalli!”

E’ l’immancabile e imprevedibile chiosa alla rievocazione dell’evento, la sera stessa, seduti alla tavola del Pedrotti. Di chi le parole? Occorre dirlo?

24 aprile 2008, Bolzano. Tra squarci di azzurro la neve si scioglie al favonio.

Disclaimer: come per gli altri racconti della serie “Dolomia in polvere”, tutto ciò che leggete è veramente accaduto. Alcuni nomi di persona sono riportati per intero, altri solo puntati. Non c’è logica o studio in questo, solo differenti rapporti con le persone stesse. Mi auguro che nessuno si senta urtato, sminuito o messo in cattiva luce nel leggere di sé. Il mio intento non è quello.

Honi soit qui mal y pense”


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mercoledì, 26 marzo 2008

La compagnia C

Lo sono stato anch'io, uno di loro. Senza particolare merito, devo dire. Perché erano più bravi di me. I migliori.

A tirare tardi nelle partenze, a mettere il caffé sul fuoco quando gli altri si caricavano lo zaino in spalla ed il direttore di gita li guardava furibondo.

Sempre pronti allo scarto verso il rifugio. Alla deviazione sulla punta prestigiosa. Alla battuta pronta, od allo sguardo trasognato davanti al Dom che incitava a sbrigarsi.

Il trekking del CAI di Rivarolo Canavese in Dolomiti, nell'anno di grazia 1991, si proponeva di intrecciare le Alte Vie 1 e 2, da San Candido a Listolade. O, se i paesi vi dicono nulla, ed i monti tutto, dalle Lavaredo alla Tofana, Pelmo e Civetta. Dato l'alto numero di iscritti, ci si sarebbe mossi in totale autonomia. Tende e batterie da cucina in spalla, pernottamenti lontani da rifugi e centri abitati.

Zaini immensi e differenti forme fisiche? Il risultato fu una comitiva lunghissima, con molti spazi vuoti. Frammentazione e dispersione tra gruppo di testa, velocissimo e da serie A, un centro abbastanza variegato, nella anonima serie B, e la coda lenta, tranquilla, paciosa, da serie C, appunto. Da qui il nome, e lo stile.

Kiki, Mario, Stefano, Davide, Luca, il Conte, l'altro Mario, Paola, Gian, Elena. Ed altri ancora, con maggiore o minor dedizione alla causa. Ma, sempre, con l'intima certezza di assaporare di più e meglio rispetto a chi stava davanti e correva, correva, correva.

Io ero un ibrido, lo confesso. Mi era piaciuto spingere sulle gambe e guadagnare la testa della comitiva A, all'inizio, ma dopo aver perduto per il troppo correre la deviazione alle gallerie del Patierno, avevo scoperto la piacevolezza di farmi assorbire dalle chiacchiere e dalla lentezza della comitiva C.

Non mi sono mai pentito, di quella decisione. Anche se ancora adesso mi piace correre avanti.

Questione di compagni di gita, direte. E di finalità, insisterete.

Momenti intensi. Come quando sfidammo la canicola infernale della val travenanzes trasportando per chilometri un assurdo palo da vigna, che rimase a galleggiare nel torrente in cui ci bagnammo. Ancora, in quella valle dimenticata, ripulimmo il sottotetto della malga da tonnellate di guano di pipistrello, pur di saltare per una volta il montaggio serale delle tende ed il piegarle alla mattina fradice di rugiada.

Sotto le cinque torri assalimmo il rifugio in cerca di cibo e bevande, e ne ritornammo a notte fonda ciarlando come merli ed incespicando nei baranci. Urlammo come dei pazzi nelle gallerie del Lagazuoi, cercando di restituire la vista al kiki, che era entrato senza togliere gli occhiali da ghiacciaio e non capiva, proprio non capiva, cosa gli fosse successo, ma intanto mulinava la torcia come un saracino.

E, l'ultima sera, ci infilammo al Vazzoler a riempirci di polenta e spezzatino, per tenere compagnia alla nostra protetta elena (ma questa è un'altra storia, la numero 1 di tutte le storie).

Sì, la compagnia C di quel trekking rimase un mito. Anzi, un fulgido esempio di come fosse possibile accordare la prestazione atletica con la curiosità della deviazione ed il piacere dell'ennesimo boccale di birra.

Certo, in qualche momento si esagerò con la mollezza, ma era il naturale complemento alla rigidità di chi dirigeva con un occhio al cronometro ed un altro alla carta topo.

Ecco, questo è stato per me l'insegnamento più importante di quei momenti: il chiedersi dove porta quel sentiero, cosa si vede da quel colle, quali incontri si possono fare in quel rifugio. Guardare, domandare, sentire e capire. In due parole, gustare la libertà di potersi fermare. Ed emozionare.

Caselle Torinese, marzo 2008. Assaggi di primavera, voli di pettirossi, ed un fiocco di neve.

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martedì, 04 marzo 2008

DOLOMIA IN POLVERE 1/X

Elena di Chivasso

Scendo dall’auto e mi guardo attorno. Allora era estate, adesso è inverno, siamo d’accordo. Ma non lo ricordavo così, il Passo Falzarego.

Quel giorno ci eravamo arrivati a piedi, lungo la valle Travenanzes. Eravamo sbucati al Lagazuoi ed avevamo disceso con zaini pesantissimi la grande galleria di guerra. Dal Falzarego dovevamo ancora risalire a Colle Gallina e accamparci sotto le Torri di Averau.

Oggi sono in auto, in transito tra Bolzano e Udine per passi alpini. Tra le nuvole basse si intravedono i bastioni delle Tofane. Più in là occhieggiano le Cinque Torri.

In giro, nessuno.

Dal rifugio vicino all’improvviso si apre una porta e arriva la risata di una donna.

Ed alla memoria si affaccia un nome. Elena. Anzi, ad essere precisi, Elena di Chivasso. Ancora più precisi: Elenadichivasso, così, tutto attaccato.

Come avevamo fatto a trovarcela appresso, in quel trekking del 1991?

Era venuta come amica di amici, che subito l’avevano ripudiata. Forse ne conoscevano già la furbizia? Via, siamo generosi, chiamiamola dolce malia.

Fatto sta che l’adottammo nella compagnia C. Il gruppetto di quelli sempre in fondo alla fila, pronti a scartare verso le birre, lo speck e lo strudel dei rifugi dolomitici.

Adottata, ebbene sì. Nonostante avesse definito il vino come “orribile bevanda”, la sera del primo bivacco. E si fosse proclamata buddista fervente e praticante.

Avevamo deciso che era un po’ strampalata. Come le sue velleità vegetariane, lo sguardo stralunato sotto il sole, trasognato sotto la luna. Le chiacchiere infinite.

Ma si perdonano due occhi verdi sotto un ciuffo di capelli neri?

Passammo sotto le Lavaredo, risalimmo la Val Travenanzes, costeggiammo Tofane, Pelmo e Civetta. Accompagnati dalla magia dei luoghi e dalla sua inesauribile chiacchiera. Ci caricammo dei suoi pesi, sorridemmo alle sue battute. Sognammo, forse.

Nello spirito anarchico degli ultimi della fila. Il penultimo giorno in sei ribelli ci smarcammo dal controllo del direttore di gita e dirigemmo al rifugio Vazzoler, per concedere alla nostra protetta un posto in branda. E sperare di potersi sdraiare al suo fianco, e poi…

Speranza tradite, tutte. Dopo approcci variegati, scoordinati ed umoristici.

Poi ritornammo a casa, noi in Canavese, lei a Chivasso. Lontanissima, oltre Caluso, già quasi nell’astigiano. Il Sud del mondo.

Ci rivedemmo ancora una volta, mesi dopo, a cena dal Conte. Ed Elena compì l’ultima prodezza, lasciando all’illustre ospite un conto da saldare che ancora reclama vendetta.

E questa fu la traiettoria di Elena di Chivasso, nelle nostre vite.

E, infine, ci lasciammo dimenticare.

Giunsero voci, anni dopo, di una confidente del Dalai Lama originaria del Chivassese. Poteva essere lei, incappata in incontri ed esperienze diversi dai trekker canavesani?

Nessuno pose le giuste domande. Neppure interrogò i corretti oracoli. E non se ne seppe più nulla.

 Oggi, sfilando sotto le Cinque Torri, mi sembra di intravedere una fila di zaini colorati. Ed una testa di capelli neri, due occhi verde mare.

Sempre, nei luoghi, si lascia traccia di sé. Le pietre, l’acqua e l’aria ricordano, e raccontano, a chi ha buona memoria e cuore agile.


Torino, 21 febbraio 2008, ad un mese dalla primavera l’aria inizia a scaldarsi


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