Grazie a Barbara e Alessio, compari nell'impresa.
Le immagini della giornata


Dell’importanza di avere le pinne nel sacco.
Non sempre ci andava bene. A volte i sogni di scalate e cieli azzurri erano frustrati dalla realtà opaca di piogge noiose, nuvole basse e vestiti fradici. Facevamo nostra l’esortazione di Laborit, allora: ci davamo alla fuga. Mettevamo la barra al vento e volavamo via dalle nuvole, per sfruttare comunque i giorni di ferie ed il viaggio già compiuto.
A saper scegliere e decidere, la messe era abbondante, e ricca di novità e sorprese.
Come l’anno in cui, dopo i ghiacci sfolgoranti dell’Adamello, iniziammo un eterno rimpiattino con il brutto tempo.
Salimmo a Madonna, scendemmo in Val di Non, ci intrufolammo su per l’Adige e la Val Pusteria, sempre braccati dai temporali. Sconfinammo in Austria, e da Tarvisio rientrammo a Sella Nevea, decisi a misurarci con Montasio e Jof Fuart.
Miseri noi, e vani gli sforzi.
Dai finestroni del rifugio conteggiammo ventiquattro su ventiquattro ore di pioggia ininterrotta, implacabile, efferata. Unica consolazione, l’impareggiabile griglia che fiammeggiava in cucina, e che partorì cene, colazioni, pranzi e merende a base di carni e verdure abbrustolite.
Ubriachi di pioggia scivolammo sulle onde dell’Isonzo, inciampammo nel museo di Caporetto e slittammo fino a Trieste, per asciugare abiti ed attrezzature. Ci decidemmo a consultare le previsioni meteo affisse al campeggio dell’Obelisco. Brutto fisso. Le residue speranze di riscossa alpina furono bruciate in una pantagruelica cena. La mattina dopo, smaltiti gli effetti della bisboccia, ci contammo: i due terzi della spedizione votarono per il rientro all’Ovest. Solo noi, equipaggio di un’auto, minima unità autonoma di spostamento, decidemmo di resistere allo scoramento.
Ed allora Mario parlò:
“’nduma al Sud, boja fauss”
E Sud fu.
Scoprimmo il mare azzurro dell’Istria, i boschi di roveri piegati dalla bora, il campanile acuto di Rovigno, “uguale a San Marco”.
Fummo a Pola, spersi tra passeggiata a mare ed anfiteatro, e nel campeggio al culmine dell’Istria, aperti verso il mare grando.
Scoppiavamo dall’afa, mentre le Giulie ribollivano nei turbini come il Piave ed il Trentino. Ad Ovest il granito, ad Est la dolomia franavano nei canaloni.
Sentimmo e leggemmo di disastri, alluvioni, vite perdute tra rocce e sentieri.
Note stonate, ascoltate nel languore di scogli istriani, nell’assaporare birre fresche ed i cevapcici roventi.
Incocciammo Rabaç, Opatja, Fiume. Nella manovra contorta ci impigliammo in Postumia e le sue grotte da Belle Epoque, e Lubiana deserta il sabato pomeriggio, e la Valle di Idrja ed il castello di Predjama.
Tagliammo la coda del viaggio rientrando a Fernetti e accordandoci ancora una pausa ad Aquileia.
“Questa è duttilità, e leggerezza. E’ essere mobili ed inarrestabili come l’acqua”
Così scrivevo, seduto sugli scogli di Pola, al tramonto.
“Divagare, scoprire, indagare, andare oltre. Stretti dalle nuvole, infiammare il fronte e dirigere altrove”
Ed era un peccato non avere con noi le pinne.
Termino così questi dieci racconti, sulle vicende di canavesani in terra dolomitica. Per tutti gli splendidi momenti trascorsi assieme ringrazio Mario, Elda e Stefano, famiglia avventurosa ed intraprendente che ben accettava il quarto incomodo che ero io.
E grazie anche al Dom, infaticabile e ferreo organizzatore di trekking sociali.
E grazie agli infiniti compagni di gita, con i quali ho camminato, cantato e litigato.
A loro tutti dedico queste piccole storie.
Andora, 06 agosto 2008

