Montagna, lettura, scrittura ed altre amenità - blog di Gianpaolo Castellano
chi sono
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Ecco, l'ho detto....
Ieri sono stato a Milano per lavoro. Se riesco, cerco di andarci in treno. Perché non ho voglia di guidare; in treno, mi dico, farò mille cose: scrivere relazioni, correggere brochure, leggere gli articoli "di lavoro" che in ufficio si accumulano sotto alla scrivania. Poi, non riesco a fare nulla. Perché mi incanto a guardare la campagna. Il bello del treno (la vecchia linea Torino-Milano, non l'Alta velocità) è che da Vercelli a Chivasso si viaggia lontano dai panorami di capannoni e centri commerciali che assediano l'autostrada. La vista si apre sui campi, le risaie, i filari di piante. Verrebbe voglia di camminare, prendere una direzione e seguirla. Infilarsi in tasca la "Storia del camminare " di Rebecca Solnit e riscoprirne le analisi e le emozioni.
Ad un certo punto mi sono messo a ridere: ripensavo allo sgomento di un collega che, in una trasferta nel nord della Francia, ad un certo punto esplose:
"Basta grano, basta alberi! Voglio una fabbrica, un'acciaieria, una raffineria!"
Forse non siamo più abituati al "vuoto", inteso come mancanza di edifici nel giro d'orizzonte. Anche se, come sottolineerà JohnDeere, la campagna coltivata è il più evidente segno dell'opera dell'uomo nei secoli, al cittadino del XXI secolo questa "umanizzazione" non basta più. Si ricerca il chiosco delle bibite, il benzinaio, il centro commerciale dove ritrovare la sicurezza del proprio esistere nell'acquisto di un qualcosa - qualunque cosa - che incrementi il nostro "avere".
La scrittura vigorosa è concisa. Una frase non dovrebbe contenere più parole del necessario, né un capoverso più frasi del necessario, per la stessa ragione per cui un disegno non dovrebbe contenere linee inutili né una macchina parti superflue. Non che si debba accorciare ogni singola frase, evitare dettagli o trattare l'argomento in modo generico e superficiale. Ma ogni parola deve essere significativa.
E' solo un assaggio di "Elementi di stile nella scrittura", libercolo ultranovantenne sempre attuale ed interessante. Perché spesso accade di leggere e non capire, di perdersi dietro a argomentazioni cervellotiche che si fanno dimenticare non appena si abbandona il capoverso. Da tenere a portata di mano.
Tra Torinese e Canavese, lungo la strada che porta alle Valli di lanzo, un ridente paesino tra Caselle e Cirié non vede l'ora di avere il proprio centro commerciale. Così gli abitanti non dovranno più spostarsi nei luoghi limitrofi per i loro indispensabili acquisti. Il popolo lo vuole, l'amministrazione lo fa. Nell'era della globalizzazione, delle due auto a famiglia, dei voli low-cost, è necessario avere dietro casa l'ipermercato, per potersi consioderare un paese civile, evoluto, all'avanguardia con i tempi. E quindi, non dubitate, tra breve le ruspe entreranno in azione.
L'espressione "essere alla frutta" mi è sempre sembrata poco incisiva. Da poco ho scoperto che in Toscana si dice "essere alle porte coi sassi", per intendere che la situazione è ormai compromessa, gli spazi di manovra sono ridotti e non c'è quasi più tempo per agire. Ecco, al leggere di queste trovate geniali per "tirar soldi" e "sviluppare l'economia" mi viene proprio da pensare che siamo alle porte con i sassi.
Sulla rete cercavo altro e mi sono imbattuto in queste frasi, che rispecchiano bene quanto può essere doloroso e stimolante essere curiosi. Serendipità allo stato puro.
Trovare qualcosa di inatteso e sorprendente, e perdersi lì dietro.
La curiosità, il desiderio inesauribile di conoscere, è affascinante, divertente, stimolante. Ma non è un’esperienza “comoda”. Può essere sconcertante, può metterci a disagio. Perché scopriamo che avevamo idee e percezioni sbagliate. Perché ci rendiamo conto dei nostri errori e delle loro conseguenze. Perché, se è vero che dal conoscere può nascere la speranza, è inevitabile anche la constatazione di quante cose siano brutte, difficili, sgradevoli – o peggio. Insomma è facile cadere nella “paura di sapere” e rifugiarsi nell’illusione di qualche “falsa certezza”.
........ omissis...........
Continuare a imparare può essere scomodo. Può fare un po’ paura, anche perché ciò che impariamo non sempre ci piace. Ma è necessario, se non vogliamo cadere nell’unica alternativa possibile: rincretinire.
Oggi vi lascio le parole di un articolo di giornale, ritagliato tempo fa, a cura di Marina Terragni. Parla delle trappole del criticare sempre e comunque, del voler sembrare "intenditori" solo perché si sanno evidenziare, rimarcare e sottolineare i difetti e le imperfezioni. Un buon esercizio di umiltà, ogni tanto, non farebbe male.
"Dire il bene è farlo essere, dargli spazio e toglierne al male, farlo dilagare e contagiare quello che c'è intorno. Ma la bene si fa una grande resistenza, come per non dargli soddisfazione. E' la "magica forza del negativo"... E' la trappola della critica, scambiata come l'unica possibilità di esercizio della libertà: e certo può esserlo, ma non sempre, comunque e in via esclusiva, portando via spazio al resto. Dire bene oggi può essere uno scandalo, nel senso etimologico di intoppo, inciampo, nel senso di qualcosa che ci impedisce di continuare nel nostro percorso di distruzione. Può scatenare rabbia e senso di impotenza. Mentre, a ben guardare, un potere più grande non c'è."
Tutti gli uomini sognano.
Non però allo stesso modo.
Quelli che sognano di notte
nei polverosi recessi della mente,
si svegliano al mattino
per scoprire che il proprio sogno è vano.
Ma quelli che sognano di giorno
sono uomini pericolosi,
giacché ad essi è dato vivere i sogni ad occhi aperti
e far si che si avverino.
Non mi sono tracannato dieci Martini, ma sto riprendendomi da una sciata spettacolare su polvere finissima al Roc Neir. Avete presente, scendendo da Viù, quelle enormi pietraie sulle pendici di Colombano e Druina? Ebbene, un metro e mezzo di neve sopra e diventano il sollazzo di oggi. Aggiungiamo una giornata splendida, la guglia della Mole che forava la claigine sopra la città, ed il gioco è fatto. Qualche foto per rendere l'idea.
Sono combattuto sul contenuto del post odierno, ed allora lo sdoppio.
Da più parti si parla dell'Alpe Bianca, il mostro che svetta nel vallone dei Tornetti, non lontano da qui. Gira e rigira l'immagine del suo scheletro arriva fino in Trentino, e di lì rimbalza nuovamente verso l'ovest. Ne parla il blog di terrealte, aggiungendo anche le informazioni sui nuovi impianti sciistici del Passo Rolle.
Ed i camoscibianchi ripropongono un video che già avevo visionato grazie all'amico roby4061.
La Rete è soprattutto questo, confrontare e intersecare esperienze simili.
La seconda parte del post è un invito alla poesia, al viaggio ed all'esplorazione. L'amico Davide Sapienza arricchisce il blog "La poesia e lo Spirito" con immagini e frasi del suo ultimo viaggio nel Grande Nord.
Intrigante il sottotitolo "la bellezza potrà rovesciare il mondo?" Non vi ricorda le parole di Peppino Impastato?
Su segnalazione dell'amica marzia ho scoperto un nuovo blog su montagna ed ambiente. Mi permetto di segnalarvelo e di inserirlo tra i link "veloci".
Buona navigazione e, per chi è alle prese con la nevicata "torinese", in bocca al lupo!
Mario guarda le nuvole che si ammassano lente sulle pareti del Sella.
“A sarà dura…” dice.
Un’ombra di inquietudine serpeggia lungo le spine dorsali della truppa.
Siamo arrivati finqui da Rivarolo per salire la Ferrata Tridentina e veniamo accolti da questo tempo incerto? Potremmo anche andare al Pisciadù dal sentiero “normale”, ma così facendo perderemo la perla migliore della collana di gite che vogliamo imbastire in questi quattro giorni.
“Anduma!” Soltanto gli inglesi, con il loro LET’S GO, sono più perentori.
Rivista materiali.
Dagli zaini escono imbraghi improbabili, relitti di svariate epoche e tradizioni alpinistiche. Anche i caschi si sentono in ferie, oggi, dopo anni di duro lavoro nelle miniere e cave del Canavese.
Uno di noi osserva perplesso una placchetta di metallo a fori irregolari.
“E’ un dissipatore?” chiedo.
“Forse” risponde il proprietario. Nel dubbio infila l’oggetto misterioso sotto al sedile dell’auto, prima di chiuderla. Potrebbe servire per un traino, non si sa mai.
Imbrago a numero di parti variabile, due infimi cordini e due moschettoni spaiati: set da ferrata standard, potremmo dire. E poi zaino pesantissimo, perché è meglio portare tutto con noi al Pisciadù e riportarlo giù domani mattina, quando passeremo di qui per risalire al Puez. Impedimenta sulle spalle, ci avviamo. La fila di piemontardi indomiti sale lentissima verso l’attacco della ferrata e lentissime scendono le nuvole dalle vette del Sella. Finché non piove, siamo all’asciutto, e tiriamo avanti.
A pochi metri dalla prima corda fissa siamo raggiunti da una sferragliante colonna di tedeschi.
Impeccabili i caschi lucidi. Irreprensibile la dotazione di materiali. Zainetti minuscoli, grande velocità di gambe. Il motivo della loro velocità è evidente: superarci a tutti i costi, prima che a nostra volta impegniamo le scalette della ferrata.
“Prego, bitte, danke” mormoriamo a denti stretti, invitandoli a precederci. Al loro confronto ci sentiamo antiquati. Ed anche scocciati, per essere stati superati in volata. Pazienza, il fante italiano si accoderà all’Afrika Korps.
Saliamo anche noi, con calma (ormai).
Dopo poco capiamo che tutti, noi e loro, dovremo fare i conti con la tempesta. Eccola, partire dall’alto e spazzare le placche con raffiche di pioggia. Prima che inizi l’assalto alla baionetta tiriamo fuori dagli zaini mantelline e giacche a vento. In piena parete allestiamo un bivacco di fortuna, e ci attestiamo, comodi.
Per quanto si possa essere comodi su di una parete verticale.
La tempesta cresce di forza, la parete rovescia acqua e sassi tutto attorno. Per fortuna non ci sono fulmini, ci diciamo per farci coraggio.
Ad un tratto, tra gli scrosci, si sente un rumore di ferraglia. Alziamo lo sguardo.
E li vediamo, in ritirata precipitosa.
Due hanno perso il casco, tutti annaspano semiciechi, tentando di scendere la ferrata. Paonazzi dal freddo, i tenui vestiti incollati ai corpi tremanti.
L’Afrika Korps si ritira. Offriamo un riparo esiguo, e sdegnosamente ci ignorano. La tempesta rinforza ancora, noi facciamo quadrato e resistiamo.
Tremiamo sotto le mantelle. Sarà il freddo, o la gioia incontenibile dei granatieri che, sull’Assietta,ammirarono estasiati le schiene dei nemici in fuga?
Testardi bugianen, qui siamo e qui restiamo, piuttosto che scendere la ferrata a ritroso, alla ricerca di appigli invisibili lisciati da mille scarponi.
Soli in parete.
E da soli riprenderemo la salita, terminata la buriana. Sul ponte alla Torre Exxner il sole ci regalerà momenti indicibili. Ed anche, al Pisciadù, la scoperta di una doccia calda!
Dopo cena le pareti del Sella si tingeranno di rosa e viola. Enrosadira? Forse, non siamo pratici di codeste latitudini.
E l’Afrika Korps?
Tardi la notte arriverà al rifugio, dopo aver risalito il sentiero della normale. Inquadrati, composti. Ma senza bandiere al vento. Ed eviteranno i nostri sguardi. Lo sanno bene, che ad El Alamein c’eravamo anche noi.