Montagna, lettura, scrittura ed altre amenità - blog di Gianpaolo Castellano
chi sono
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Ecco, l'ho detto....
Un film per la serata DVD di ieri: "Il vento fa il suo giro". Trama in due righe: un pastore francese si insedia in un paesino delle valli cuneesi. Dopo una prima accoglienza incoraggiante, sarà costretto ad andarsene dagli stessi abitanti che lo avevano accolto con simpatia e curiosità.
Amaro, tenero, umano. Le debolezze, gli egoismi, le contraddizioni di una comunità di fronte a chi cerca di inserirsi in essa, arrivando "da fuori."
Vedere e capire i propri difetti e debolezze potrebbe essere il primo passo per superarle, viene da pensare alla fine della proiezione. Se si vuole in qualche modo sopravvivere, fare sì che, dopo gli individui, resti qualcosa che si chiama comunità, civiltà, cultura.
Il film può essere un po' pesante, ma la colonna sonora è splendida.
Alzarsi alle 5 di mattina, farsi quasi 1800 metri di dislivello, camminare per ore nella nebbia e, infine, sbagliare clamorosamente la punta. Pazzia e masochismo? Sicuro!
Eppure ci voleva, una passeggiata del genere, poco prima dell'arrivo della pioggia e della neve. Quasi un passaggio di testimone tra estate ed inverno, accompagnato del piacere della quota, le nebbie turbinose attorno alle creste, lo sguardo perplesso degli stambecchi.
Adesso lassù starà nevicando, e la mitica cengia sotto alla sud della Torre d'Ovarda accoglierà neve e valanghe. Arrivederci alla prossima estate!
Il presente ed il futuro riservano momenti di passaggio, per tanti versi, su differenti fronti.
Per non perdere il contatto con la fisicità del mondo ho divorato la "Storia del camminare", di Rebecca Solnit. Un invito a uscire di casa e mettersi in strada, per assaporare al fisicità di un corpo che, con molti mezzi, cercano di farci dimenticare. E riconquistare il contatto con il mondo, quello vero, non l'immagine futuribile di pubblicitari e venditori. Vi lascio con le parole conclusive di questo libro, lieve e profondo assieme.
Camminare è una delle costellazioni del cielo stellato della cultura umana, una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia ed il mondo aperto, e sebbene ciascuna di esse abbia un’esistenza indipendente, sono le linee intrecciate tra di esse – tracciate dall’atto di camminare con scopi culturali – a farne una costellazione.
Le costellazioni non sono fenomeni naturali, ma impressioni culturali; le linee tracciate tra le stelle sono come sentieri consumati dall’immaginazione di coloro che li hanno calcati in precedenza. La costellazione chiamata “camminare” ha una storia, la storia percorsa da tutti quei preti e quei filosofi e quei rivoluzionari, da pedoni distratti, da passeggiatrici, da escursionisti, pellegrini, turisti, alpinisti, ma il suo futuro dipende dal fatto che quei sentieri di collegamento vengano percorsi ancora.
A me gli appelli piacciono poco, lo sapete. E ancor meno andar in giro a chiedere aiuti e dane'. Faccio una eccezione per gli amici di di intraissablog, che a mio modesto parere rappresentano una delle poche ed innovative tracce nel panorama della editoria alpinistica non disgiunta da una buona dose di impegno civile.
E quindi vi invito a farvi un giro sul loro blog, ed a scoprire i messaggi ed i contenuti del terzo volume di Intraisassblog. I primi due sono semplicemente stupendi, e mi spiace non averli ancora recensiti ed inseriti da queste parti. Provvederò.
Altre note, altro link, all'amica misty che pubblica sul suo forum la lettera di Paolo Rumiz ai congressisti del CAI a Predazzo. Un'altra richiesta di intervento, per fare passi avanti nella tutela di un ambiente che è caro a chi passa da queste parti. Sarebbe bello che il mastodonte CAI si desse la sveglia, ma su questa possibilità nutro profondi dubbi. Staremo a vedere, ma, intanto, non tralasciamo di agire, ognuno nel proprio piccolo.
Oggi volevamo fare una bella gita. Tirare il colpo, si dice, su qualche punta di una certa rilevanza e quota. Poi ci siamo fatti prendere la mano da un paio di ritardi e riflessioni inopportune su nubi reali e fittizie che andavano e venivano. E forse abbiamo perso l'ultimo treno della stagione, mi sa tanto. Si accumulano piogge e nevi all'orizzonte, e i prossimi giorni porteranno una prima perturbazione a metà tra autunno ed inverno. Per carità, l'anno prossimo i monti saranno ancora lì. Però un po' ci dispiace, il non averci provato oggi. Ad maiora, va'.
Sui ghiacciai che si sciolgono, sulle gite fatte e perdute, sul clima che cambia e sulla percezione del cambiamento: Montagnard pubblica un racconto-diario scritto a quattro mani e due tempi diversi dall'amico roby4061 e dal vostro servitore. Il racconto lo potete scaricare dalla selezione di articoli della rivista (racconti di montagna).
Ottime foto sulla gita di roby, alessio e beppe le trovate su questo album
Se avete tempo e calma, vi consiglio di registrarvi su montagnardflip e fare un giro sulle copie web delle riviste. Accendere le casse, smorzare le luci e buona lettura!
I titoli dei giornali urlano, piangono, ci ricordano costantemente della crisi economica del momento: le borse che crollano, le banche che chiudono, la recessione, il PIL che diminuisce. Tutto vero, tutto dimostrabile. Ma già qualche decennio fa un politico americano, neanche troppo estremista, diceva quel che riporto qua sotto.
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones,né i successi
del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze
per sgombrare le nostre autostrade dalle carnefi cine dei fi ne settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per
coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la
violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di
napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione
della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le
rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione
o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia
o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri
pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità
nei rapporti fra noi.
Il PIL non misura né la nostra l’arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né
la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta."
In questo periodo la sveglia mattutina anticipa di poco il levare del sole. E mentre procedo alle consuete faccende, da fuori arriva il canto del pettirosso, ostinato e incessante. Sto pensando che il suo canto sia necessario per ricreare ogni giorno il mondo.
Ogni mattina ripercorre i confini del suo territorio, le siepi, l'amarena, i pruni ed il faggio davanti a casa, e cinguetta. Come le vie dei canti dell'outback australiano. La recitazione del canto comporta il sorgere ed il riconoscimento del paesaggio.
A proposito di volatili, ho letto da poco "Il popolo dell'aria", di Daniela Castellani. Raramente ho trovato tanta poesia in una rassegna di usi, abiti e costumi del popolo alato che ci circonda, discreto e silenzioso (o quasi). Per certi versi ricorda Rigoni Stern, ed il suo Arboreto Salvatico. Consigliato, un libretto agile e velocissimo che suggerisce di andare oltre, e più a fondo, nello scoprire ciò che abbiamo attorno, anche qui, ai bordi della città.
Semplici nebbie mattutine, ma mi piace incontrarle la mattina, nelle campagne tra Caselle e Torino. Alla strada trafficata e banale preferisco la via dei campi e delle siepi, dove si incontrano fagiani, aironi e qualche lepre.
Lo confesso, in botanica non ci ho mai capito nulla. A scuola l’argomento era regolarmente saltato da professori disattenti. A casa la conoscenza era circoscritta alle piante da frutto.
Eppure nel regno vegetale mi ci sono imbattuto fin dalle prime gite sui monti di casa.
Immerso fino al collo, nei rododendri della Valle Soana. Eravamo alla ricerca di un vecchio sentiero. La nebbia e la pioggia non ci avevano risparmiati. Avevamo perso l’esile traccia e apprezzammo appieno l’arte dei rododendri di nascondere le buche tra i massi. Più volte sprofondammo in antri oscuri e ne uscimmo graffiati, avvolti in un incubo costellato di fiorellini rosa. Sperimentammo le mille contorsioni di ginocchia e caviglie, fummo risucchiati da un gorgo subdolo, ammantato di verde. Quando rimettemmo piede sulla mulattiera di fondo valle, lo smacco cocente fu incontrare i genitori di uno di noi.
“Tutto bene ragazzi?”
“Si, grazie”
“Dove siete stati?”
“In fondo al piano, e basta”
Lo sguardo interrogativo del saggio padre sui nostri calzoni a brandelli equivaleva ad una piena sconfessione. Oltre al danno, ci furono la reprimenda dei genitori riuniti e la beffa dei valligiani al bar.
Imparammo atemere il rododendro infido delle Valli Piemontesi, ma non eravamo pronti per i baranci del Pelmo. L’astuzia vegetale fu subdola, ed efficace.
Poco prima ci sembrava di dominare il sentiero, soggiogarlo alla velocità del nostro ritmo irresistibile. Ed i baranci ci colpirono duramente nell’orgoglio. La loro altezza non superava il polpaccio, ma ciò bastava per allacciarsi alle caviglie e sfilarci gli scarponi dai piedi.
Verdi brillante le foglie, bianche di luna le pietre, rosso di fuoco il sole. Arrivammo al Città di Fiume esasperati da quella lotta vischiosa con un mostro dalle mille braccia, che ci tirava da dietro quando cercavamo di allungare il passo per liberarci dalla sua presa.
I baranci del pelmo. Ancora adesso, per molti di noi, significano sete, rabbia, frustrazione. Ed umiltà, l’umiltà delle piante semplici che si oppongono al passo veloce del corridore.
Occorre tuttavia essere giusti. Non abbiamo mai evocata la fiamma dell’incendio boschivo come strumento di conquista e di potere.
Il regno vegetale è generoso, fin troppo. Sopporta le nostre peggiori aberrazioni, senza reagire. Un albero non fuggirà mai di fronte ad un incendio, diceva John Muir.
Ed è fonte di continua ammirazione, e di fiducia nella potenza della vita. Come quando si scoprono ciuffi d’erba ed alberelli farsi largo tra asfalto, cemento e macerie, lungo i marciapiedi cittadini.
Potenza del creato, il regno vegetale. E non poteva sfuggire alla riconoscenza di San Francesco, patrono spirituale dell’ecologia, che raccomandava di lasciare incolto un angolo dell’orto. Per dare modo anche alle erbacce di crescere e svilupparsi.
Con questo consiglio in mente ci accingiamo ad affrontare i rovi che sbarrano la parte bassa dell’Eugio. Riusciremo a risalirlo, sgusciando nel labirinto verde delle sue radici di pietra? Potremmo farcela, se anche noi ci renderemo pianta, radice o fiore, e prenderemo a prestito dal sole l’energia per vincere la gravità e la tenacia della roccia.