Ieri sera gironzolavo per i blog linkati ed i siti preferiti, ed in sequenza sono stato qui(dall'amica marzia), qui (hi, Ipaprika) e qui (IBS, of course). Finita lì, la serata. Stamattina, rielaborando fatti ed impressioni, mi sono chiesto se esiste una relazione tra il vagare per lavoro, il viaggiare per diletto e l'essere nomadi per "natura". Forse tutto risiede nell'inquietudine e nella irrequietezza del risiedere troppo a lungo in un luogo, o in una situazione. Come il sassolino nella scarpa, dopo un po' non si può più fingere che non ci sia, e va tolto. Cambiando prospettiva e punto di vista, rimettendo in discussione abitudini e modi di pensare, vedere, sentire.
Ed allora ben si adatta l'incipit di Moby Dick, uno dei libri nella mia personale top-five (ma di questo parleremo un'altra volta):
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al ***, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovviginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro...