Al Col du Fort ci abbracciamo.
Perché la discesa è finita.
Un canalino di roccia e sfasciumi, da scendere in doppia con ancoraggi dubbi. Su tutto, l’ombra di un caro amico, morto in quella stessa discesa appena una settimana prima. Le eccessive cautele ci hanno caricati di una tensione negativa che minaccia di lasciare un pessimo ricordo della salita.
La salita, quella, è stata stupenda.
Dal bivacco Rivolta (splendido, confortevole, deserto…) abbiamo superato un primo risalto di placche e paretine, fino ad uno spallone pianeggiante. Da lì la punta sembra sdoppiarsi. Scherzi della prospettiva. Il passaggio chiave arriva subito dopo; è un diedro, di III. Oppure IV? Leggo negli occhi della mia socia la voglia di provare. Avanti, principessa, stavolta sarò io il tuo scudiero. Dopo il diedro, un camino ci porta in vetta.
Punta Cian è ai nostri piedi, salita per la cresta Rey.
“Allora, ti è piaciuta la cresta Rey?”
La strada poderale per Torgnon è lunghissima. Chiacchierare fa passare il tempo ed aiuta ad allentare la tensione della discesa.
“Bellissima. Ma…”
Sospensione del discorso. C’è qualcosa che non va, principessa?
“Questo Rey… è quello della tessera del CAI?”
Sì, potrebbe essere lui, o magari un altro Rey. Sono colto dal dubbio. Consulto le note alla relazione dell’itinerario.
Punta Cian, cresta EST o cresta REY, salita da Guido Rey con Jean Joseph Maquignaz nel 1896. E’ lui. Lo stesso autore di quella scritta sulla tessera del CAI che spesso e volentieri ho preso in giro.
IO CREDETTI E CREDO LA LOTTA CON L’ALPE UTILE COME IL LAVORO, NOBILE COME UN’ARTE, BELLA COME UNA FEDE.
Brutto, come biglietto da visita.
Ero giovane, quando per la prima volta mi piegai dal ridere leggendo quello scritto. E presi in antipatia il suo autore.
Sciocco. Perché Guido Rey non è una frase altisonante che, al di fuori del suo contesto naturale, è pericolosamente incline al ridicolo.
Non giudichiamo un autore soltanto da venti parole messe assieme.
Guido Rey è stato il cantore del Cervino, quel Cervino che si erge irriverente proprio di fronte a Punta Cian.
Ad esso egli ha dedicato la sua arte, la sua passione, i suoi ardori. Una tempra che, per citare le parole dell’amico Edmondo De Amicis, “consentendo i casi e le circostanze, avrebbe esplorato l’Africa e le regioni polari, o tentato nuove vie di commercio lontano, o si sarebbe dato ardentemente a una scienza o ad un’arte, con fortuna pari all’ardore”.
Si legò intimamente a quel monte che svettava solitario sui pascoli verdi (allora!! ) del Breuil, prima dell’avvento del cemento di Cervinia.
“Il Monte Cervino”. “Alba Alpina”. “Alpinismo acrobatico”.
Tre libri, tre capolavori. Dal titolo si comprende l’entità del coinvolgimento.
Frasi roboanti? Prosa altisonante?
Certo. Sicuro. Anzi, aggiungiamo che determinati passaggi verbali sono proprio stucchevoli. In generale la forma linguistica risulta davvero datata.
E’ facile demolire lo scritto.
Non perdiamoci dietro alle virgole, agli aggettivi, al numero medio di parole per frase.
Andiamo oltre.
Rey scrive di alpinismo? Si?
Bene. Chiediamoci allora quanti altri alpinisti hanno avuto il coraggio di “mettere giù” in maniera così esplicita il loro amore per la montagna, per UNA montagna.
In quanti hanno l’onestà di andare così a fondo nel loro rivelarsi e, nello stesso momento, si mantengono così lucidi da accompagnare passo dopo passo i cosiddetti neofiti nel loro ambiente, nel loro sentire?
Guido Rey ci prova: fedele alla sua epoca, si erge a cantore del Monte e mentore dei giovani che si dispongono alla “lotta con l’alpe”.
Eccolo, il tribolato incrocio tra poesia e didattica.
Da cui deriva il discorrere lucido, coerente eppure ispirato.
Ottimo, degno di massima lode.
Ma… non fa i conti, il nostro Rey, con la sovrabbondanza di parole che oggigiorno ci sommerge. Il suo messaggio ha bisogno di tempo, per essere analizzato ed interiorizzato. Ed è il tempo che manca alla frenesia odierna.
Il messaggio di Rey non emerge, non si impone.
Nuove forme espressive si affermano, e giustamente. Ma non dimentichiamo Rey. Se facciamo un passo indietro e rileggiamo qualche suo scritto con gli occhi che “avrebbe voluto che noi avessimo”, riusciremo ancora a stupirci delle meraviglie che ci circondano.
Buona lettura, signori.
Inciso.
“Il tempo che torna”: uno dei suoi ultimi libri. Il più intimo. Quasi un commiato.
Focene (Fiumicino), 17 novembre 2006.
Libeccio sul mare. Il sole declina all’orizzonte.